Il progetto sulla menorà nacque quasi quattro anni fa. Allora pensammo che la realizzazione di una grande mostra in perfetta cooperazione tra i Musei Vaticani e il Museo Ebraico di Roma, fatto mai accaduto in precedenza, potesse essere da parte nostra – in qualità di storici dell’arte – un contributo concreto al dialogo e alla cooperazione tra due punti di vista distinti: quello ebraico e quello cristiano. Pensammo anche che era con iniziative come quella che poi ha preso corpo intorno alla mitica menorà che avremmo potuto contribuire, per quanto competeva ai nostri ambiti professionali, a rendere più solida e lineare la strada della reciproca comprensione. Il progetto che ne nacque riguardava il più antico e importante simbolo identitario dell’ebraismo, dettagliatamente descritto nelle Sacre Scritture, di cui il Signore mostrò addirittura a Mosè un’immagine sul Sinai, e millenni dopo, a partire dall’epoca carolingia, ricalcato nelle sue forme dai candelabri a sette bracci collocati nelle chiese cristiane a scopo liturgico. L’idea fu partorita nell’ottobre del 2013, in occasione di un incontro al Museo Ebraico di Roma con l’allora ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Zion Evrony, dinanzi a un’iscrizione conservata al Museo in cui compare la menorà: un “falso” antico, di fine Ottocento, che simula una lapide in cui si ricordano tre fratelli uccisi sotto l’imperatore Onorio (morto nel 423 e.v.), che avrebbero visto la menorà sul fondale del Tevere, non distante dall’Isola Tiberina, senza tuttavia riuscire a recuperarla. Era il segno che a Roma, la città fatale della menorà, il mito del candelabro era ancora vivo alla fine del XIX secolo. Si decise allora di organizzare una mostra di ampio respiro su questo simbolo che avrebbe spaziato da Oriente a Occidente, da Gerusalemme a Roma, dal I secolo a.e.v. al XXI, partendo da una rassegna piccola ma significativa organizzata nel 2008 dall’allora direttrice del Museo Ebraico di Roma Daniela Di Castro z.l., grande studiosa di arte ebraica (“Da Gerusalemme a Roma, e ritorno: il viaggio della menorà fra storia e mito”).

Un altro importante precedente era stato quello della mostra “In the Light of the Menorah. Story of a Symbol” dell’Israel Museum di Gerusalemme del 1998 per il cinquantenario dello Stato di Israele. Pensammo che Roma fosse il luogo ideale in cui organizzare la mostra, perché a Roma la menorà giunse certamente nel 71 e.v. al seguito del generale Tito dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme del 70, perché fu a Roma che della menorà si persero per sempre le tracce tra la fine del II e il V secolo, e perché, soprattutto, fu a Roma che tra il III e il IV secolo la menorà da importante simbolo religioso ebraico assunse la caratura universale di simbolo identitario dell’ebraismo – religioso, culturale ma anche civile – che ne ha addirittura fatto nel 1948 l’emblema del neonato Stato di Israele. Il progetto fu accolto con entusiasmo da Antonio Paolucci, allora direttore dei Musei Vaticani, e con lo stesso entusiasmo è stato promosso da Barbara Jatta, succedutagli da pochi mesi. La mostra, realizzata grazie alle generose contribuzioni di importanti sponsor internazionali, tratta dunque dell’incredibile storia della menorà che ebbe inizio tremila anni fa: il leggendario candelabro a sette bracci fatto forgiare in oro puro da Mosè, che illuminava con le sue lampade l’area del Santo antistante il Santo dei Santi prima nella tenda del convegno e poi nel Tempio di Gerusalemme. Ne abbiamo raccontato il culto nel mondo ebraico a partire dal primo Tempio, quello di Salomone, la sua intricata storia reale e le leggende che l’hanno interessata basandoci sulle fonti scritte e sulle testimonianze visive che ci sono giunte. Tra queste, ad esempio, il graffito inciso sulla Pietra di Magdala, quando il candelabro si trovava ancora nel secondo Tempio a Gerusalemme; il calco dell’arco di Tito, testimonianza autentica e fedele dell’arrivo della menorà a Roma nel 71 e.v.; il frammento della Forma Urbis Romae con la pianta del Templum Pacis, dove la menorà fu custodita insieme agli altri arredi sacri del Tempio almeno fino alle fine del II secolo.

Abbiamo poi dato voce a tutte le suggestive leggende nate attorno alla misteriosa sorte del candelabro, da quelle che la vogliono razziata dal re dei visigoti Alarico nel 410 o dal re dei vandali Genserico nel 455. Fino alla leggenda che vuole la menorà ancora conservata a Roma in epoca medievale, come lascerebbe credere la cosiddetta Tabula Magna Lateranensis, una lunga iscrizione a tessere musive con lettere dorate murata affianco alla porta della sagrestia di San Giovanni in Laterano, risalente al pontificato di Niccolò IV (1288-1292) e di cui in mostra è esposta una riproduzione, che annovera anche la menorà tra le reliquie (troppe e incredibili) custodite nella basilica lateranense e nella vicina cappella di San Lorenzo, più nota come Sancta Sanctorum. Si tratta di racconti fantasiosi, privi di fondamento, legati al fascino delle reliquie provenienti dal Medioriente durante il lungo periodo delle crociate. Ma sono bastate a perpetuare fino a tutto il XX secolo la credenza che la menorà potesse essere addirittura conservata segretamente in Vaticano. In epoca medievale la menorà godette di grande fortuna tra i cristiani di tutta l’Europa. Chiese, santuari e duomi furono arricchiti di maestosi candelabri a sette bracci, di cui gli esempi più impressionanti sono l’enorme Candelabro Trivulzio nel duomo di Milano o il candelabro nel Münster di Essen in Germania, naturalmente non trasportabili. Questa tradizione, che riproduceva le forme della menorà, continuò per tutto il Rinascimento e si è perpetuata sino a oggi, quando per esempio nel Münster sull’isola di Reichenau vicino Costanza viene acceso un candelabro siffatto durante la messa. La fortuna visiva della menorà continuò ancora potente nei secoli. Affreschi e dipinti da Raffaello in avanti (La cacciata di Eliodoro dal Tempio delle Stanze Vaticane), fino al XIX secolo, la ritraggono ogni volta che si allude al Tempio di Gerusalemme. Mentre nel XX secolo, quando assurse anche a protagonista di capolavori della letteratura mondiale come Il candelabro sepolto di Stefan Zweig (1937), molti artisti ebrei sfuggiti ai pogrom degli inizi del secolo e alle persecuzioni imposte alle comunità ebraiche dei loro rispettivi luoghi d’origine ne fecero nei contesti di approdo un manifesto tangibile e molto diffuso di identità culturale e religiosa.

La nostra sfida, consegnata a uno strumento di dialogo universale come soltanto l’arte (e la sua storia) può essere, è stata quella di tradurre questo racconto, filologico e storicamente fondato, in una esperienza emblematica per il visitatore. Per questa ragione la mostra è organizzata in due sedi complementari: il Tempio Maggiore di Roma, dove ha sede il Museo Ebraico, e piazza San Pietro. Il biglietto unico per accedere ai due luoghi, gestiti dalle due istituzioni distinte, è inteso come simbolo, come un’unica chiave per accedere ai due musei e a due mondi diversi ma complementari e a pochi passi di distanza l’uno dall’altro. Quando, nel corso della storia (e purtroppo il mondo di oggi non ne è esente), le opere d’arte sono state trafugate come bottini di guerra, la scelta è stata sempre dettata da mire materialistiche e da manie di appropriazione. A dispetto dei danni giganteschi causati da queste drammatiche spoliazioni, il valore etico connaturato alle opere d’arte trafugate ne ha trasformato in alcuni casi, paradossalmente, la ricezione negli ambienti di arrivo in poderosi strumenti di civiltà e di confronto. Nel caso della menorà questo potere si perpetua ancora oggi, a quasi due millenni dalla sua definitiva scomparsa a Roma.

Alessandra Di Castro

Francesco Leone

Arnold Nesselrath